Strategie commerciali · Alimentare e food
Vendere all'industria alimentare: un mercato da 204 miliardi in cui il fornitore entra solo dopo la qualifica del responsabile qualità
L'industria alimentare italiana ha fatturato 204 miliardi di euro nel 2025, ma le aziende con almeno 10 addetti sono circa settemila su quasi cinquantamila. Prima di comprare ingredienti, imballaggi o servizi, queste aziende qualificano il fornitore secondo gli standard che la grande distribuzione chiede a loro, IFS Food e BRCGS, e secondo le regole europee sulla tracciabilità.
AIL'industria alimentare italiana ha chiuso il 2025 con un fatturato di 204 miliardi di euro, in crescita del 3,6%, secondo Federalimentare, con la produzione industriale a più 1,6% e le esportazioni a più 4,2%. Le esportazioni di alimenti, bevande e tabacco hanno raggiunto 62,5 miliardi su un totale agroalimentare di 72,5, secondo l'elaborazione SACE riportata dal Sole 24 Ore. Per chi vende ingredienti, macchine, imballaggi o servizi è uno dei mercati più grandi del Paese. È anche uno di quelli in cui l'ordine arriva per ultimo: prima del prezzo il cliente verifica che il fornitore possa entrare nel proprio sistema qualità, perché quel sistema viene a sua volta controllato da qualcun altro.
Settemila aziende strutturate su quasi cinquantamila
Il numero di clienti possibili è meno ampio di quanto sembri. Secondo il focus INAIL dell'agosto 2025 sull'industria alimentare, nel 2023 il comparto impiegava oltre 426.000 lavoratori in quasi 49.000 aziende, e l'85% di queste aveva meno di 10 addetti. Le aziende con almeno 10 addetti sono quindi intorno a settemila, ed è lì che si concentrano un ufficio acquisti, un responsabile qualità e spesso una certificazione da difendere. Federalimentare stima per il 2025 un valore aggiunto di 41,5 miliardi e circa 470.000 occupati. Per un fornitore la conseguenza è pratica: la lista utile non è l'elenco dei codici ATECO alimentari, ma la parte di quell'elenco che ha una struttura capace di qualificare un fornitore, e che per lo stesso motivo pretende di farlo.
La catena dei controlli parte dalla grande distribuzione
Lo standard IFS Food è nato dalla collaborazione tra le associazioni della distribuzione tedesca e francese, HDE e FCD, a cui si sono aggiunte per l'Italia Federdistribuzione, ANCC-Coop e ANCD-Conad, ed è pensato per le aziende che producono a marchio del distributore. Gli audit sulla versione 8 sono obbligatori dal primo gennaio 2024. L'altro standard diffuso è il BRCGS Food Safety, oggi all'Issue 9, pubblicata il primo agosto 2022. Entrambi chiedono al produttore di controllare i propri fornitori. Il BRCGS, al requisito 3.5.1, impone una valutazione del rischio di ogni materia prima, imballaggio primario compreso, e una procedura documentata di approvazione: chi certifica il produttore guarda anche chi gli vende.
Certificato, audit o questionario: le tre strade della qualifica
Secondo lo standard BRCGS il fornitore viene qualificato in tre modi. Il più rapido è presentare una certificazione valida a uno standard BRCGS o a uno schema riconosciuto dalla Global Food Safety Initiative, purché i prodotti venduti rientrino nel campo di applicazione del certificato. In alternativa il cliente fa un audit presso il fornitore, con un perimetro che comprende sicurezza del prodotto, tracciabilità, revisione del piano HACCP e buone pratiche di fabbricazione. Il questionario di autovalutazione basta solo per i fornitori giudicati a basso rischio, con una giustificazione documentata, e in quel caso il produttore deve verificare la tracciabilità del fornitore alla prima approvazione e poi almeno ogni tre anni. Per chi vende ingredienti o imballaggi primari, arrivare senza certificazione significa chiedere al cliente un audit, cioè tempo e costi a suo carico.
Tracciabilità e MOCA: i documenti che seguono la merce
Sotto gli standard privati c'è la legge. L'articolo 18 del regolamento (CE) 178/2002, applicabile dal primo gennaio 2005, impone agli operatori del settore alimentare di individuare chiunque abbia fornito loro un alimento o qualsiasi sostanza destinata a entrare in un alimento, e le imprese a cui hanno consegnato i propri prodotti, con sistemi e procedure capaci di mettere queste informazioni a disposizione delle autorità su richiesta. Per un fornitore di ingredienti significa lotti identificati e documenti di trasporto coerenti. Per chi produce materiali e oggetti a contatto con gli alimenti, i cosiddetti MOCA, vale il regolamento (CE) 1935/2004, che all'articolo 17 chiede la rintracciabilità in tutte le fasi. Sulle nuove regole per gli imballaggi abbiamo scritto in /normativa/imballaggi-alimentari-ppwr-pfas-dichiarazione-di-conformita.
Il responsabile qualità siede accanto agli acquisti
Ne discende una regola per chi vende: nell'industria alimentare l'ufficio acquisti negozia, ma il responsabile qualità decide se il fornitore può essere inserito nell'elenco dei qualificati. È questa figura che chiede la scheda tecnica, il certificato con il suo campo di applicazione, le dichiarazioni MOCA, i risultati delle analisi, e che ne risponde davanti all'ente di certificazione negli audit periodici. Una presentazione commerciale che arriva senza questo fascicolo costringe il cliente a chiederlo dopo, e il ciclo si allunga. Conviene prepararlo prima del primo appuntamento e chiedere subito chi, nell'azienda cliente, approva i fornitori. Sul numero di persone coinvolte in un acquisto abbiamo scritto in /decision-maker/quante-persone-decidono-acquisto-b2b, e sull'elenco dei fornitori qualificati in /trovare-clienti/albo-fornitori-e-procurement-come-si-entra.
Domande frequenti
Quali certificazioni chiede un'azienda alimentare a un fornitore?
Dipende dal rischio di ciò che si vende. Per ingredienti e imballaggi primari il cliente certificato IFS Food o BRCGS accetta di norma una certificazione a uno standard riconosciuto dalla Global Food Safety Initiative; in alternativa deve fare un audit presso il fornitore. Il questionario di autovalutazione basta solo per i fornitori a basso rischio.
Quante sono le aziende alimentari italiane a cui vale la pena vendere?
Secondo l'INAIL nel 2023 le aziende dell'industria alimentare erano quasi 49.000, ma l'85% aveva meno di 10 addetti. Quelle con almeno 10 addetti, dove esistono un ufficio acquisti e un responsabile qualità, sono intorno a settemila.
Chi decide l'acquisto in un'azienda alimentare?
L'ufficio acquisti tratta prezzo e condizioni, ma il fornitore entra nell'elenco dei qualificati solo con il via libera del responsabile qualità, che deve rispondere della scelta negli audit degli enti di certificazione. Conviene coinvolgerlo dal primo incontro con la documentazione già pronta.
Fonti
- Federalimentare, dichiarazioni del presidente Paolo Mascarino riportate da Il Sole 24 Ore, 11 maggio 2026: fatturato 2025 dell'industria alimentare, produzione ed esportazioni; elaborazione SACE sull'export agroalimentare 2025
- Federalimentare, valore aggiunto e occupazione dell'industria alimentare 2016-2025, settembre 2026
- INAIL, Dati INAIL n. 8/2025, focus sull'industria alimentare: aziende, lavoratori e classi dimensionali 2023
- IFS Management, IFS Food versione 8: obbligatorietà degli audit dal 1° gennaio 2024; promotori dello standard (HDE, FCD, Federdistribuzione, ANCC, ANCD)
- BRCGS, Global Standard Food Safety Issue 9, 1° agosto 2022, requisito 3.5.1 sulla valutazione del rischio e l'approvazione dei fornitori di materie prime e imballaggi
- Regolamento (CE) 178/2002, articolo 18 sulla rintracciabilità; regolamento (CE) 1935/2004 sui materiali e oggetti a contatto con gli alimenti, articolo 17
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